Perché vegan?

Attraverso eventi e cene sociali il circolo promuove la cucina vegan (cioè senza di ingredienti di origine animale, e quindi senza crudeltà). La scelta di escludere non solo la carne e il pesce, ma anche uova, latticini e derivati, risponde a motivazioni di ordine etico (rispetto per gli animali), di ordine ecologista, di giustizia globale (rapporti con i paesi del sud del mondo) e di tutela della salute di ognuno di noi.

Le ragioni ecologistiche. Innanzitutto, il loro minore impatto sull’ambiente rispetto ai cibi di derivazione animale. Ad Immagine1  esempio, l’impatto della produzione carnea e lattario casearia è impressionante: basti pensare che il metano emesso dai ruminanti degli allevamenti intensivi è fra i primi responsabili dell’emissione di gas serra, collocandosi addirittura prima dell’intero sistema dei trasporti mondiale (dati Fao parlano del 18% di gas emesso dalle mucche contro i 13% prodotto da aerei, auto, tir, ecc.). Così come sono sempre gli allevamenti fra i maggiori responsabili del consumo di energia e di acqua: una cultura dello spreco che vede l’impiego di 25 calorie di combustibile fossile per produrre una sola caloria di proteine animali, contro le 2,2 calorie di combustibile fossile sufficienti per produrre una caloria vegetale.

Per quanto attiene il consumo di acqua, poi, sono ben note le ricerche che dimostrano come per produrre un chilo di carne sia necessario utilizzare una quantità d’acqua pari a quella consumata in un intero anno da un occidentale. E la lista dei danni ambientali potrebbe continuare con l’inquinamento dei corsi d’acqua provocato dalle deiezioni animali, il disboscamento per far posto ai pascoli, l’impoverimento del suolo con conseguente processo di desertificazione, l’esaurimento dei mari causato dalla pesca intensiva (il cosiddetto overfishing), e tutto ciò che è connesso con il mantenimento, il trasporto e la macellazione degli animali da allevamento.

I rapporti con il Sud del mondo. E poi c’è l’impatto del consumo di carne e derivati sui paesi del Sud del mondo. Oggi, infatti, per soddisfare la domanda mondiale di carne, vengono utilizzati i due terzi dell’intera superficie coltivabile.slide_mangimi_brasile Con 850 milioni di persone cronicamente sottoalimentate, la cultura della carne si porta via il 90% della soia coltivata e circa il 50% del grano mondiale. Uno spreco che va contro ogni buonsenso e contro qualsiasi seria politica di giustizia globale. A questo va aggiunto che buona parte dei cereali di cui si nutrono i nostri animali da reddito provengono proprio da paesi affetti da gravi problemi di sottoalimentazione. L’Europa ad esempio, pur destinando agli allevamenti il 77% della sua produzione di cereali, riesce a coprire solo il 20% del fabbisogno animale. Il resto lo deve importare. Chi contribuisce maggiormente a soddisfare questa domanda sono, soprattutto, i paesi latinoamericani che destinano alla produzione di mangime da esportare circa il 63% della loro produzione cerealicola. Così si creano situazioni paradossali dove, su 40 paesi più poveri del mondo, 36 esportano cibo verso USA ed Europa, o situazioni assurde come quelle del Brasile e del Messico dove, a fronte di milioni di malnutriti, si esportano milioni di tonnellate di mangimi per animali da allevamento destinati a riempire la pancia dell’occidente. Un caso eclatante è, poi, quello della Colombia dove, su 45 milioni di ettari coltivabili, 5 milioni sono usati per produrre cibo per i colombiani, mentre 40 milioni vanno ai pascoli. Chi viene avvantaggiato da ciò? Non certo i piccoli allevatori e i piccoli agricoltori di questi paesi, i quali si vedono sempre più schiacciati da un mercato brutalmente concorrenziale dominato dalle multinazionali.

Il rispetto degli animali. Last but not least è poi il trattamento crudele che il mercato della carne e dei derivati riserva ai suoi strumenti di produzione: gli animali non umani.  Soltanto in Italia sono oltre 2 miliardi e mezzo le vittime fatte ogni anno dell’industria della carne e dei prodotti lattiero-caseari: 8 milioni al giorno, 90 ogni secondo (senza contare le vittime della pesca). Un eccidio di immani proporzioni che si consuma nei mattatoi di tutto il mondo ai ritmi incessanti e frenetici della filiera industriale. Ritmi che vanificano qualsiasi pretesa di “macellazione umanitaria”! Il perché è facile da capire: è semplicemente impossibile uccidere 90 animali al secondo e al contempo garantire loro una morte indolore.

Ma la macellazione è solo l’epilogo drammatico di un processo più lungo e altrettanto doloroso, che vede la vita e la dignità di ogni essere senziente sacrificate alle logiche del profitto. Ormai il 99% degli allevamenti sono intensivi. Qui, maiali, galline, mucche e altri animali da allevamento – a dispetto della loro intelligenza, delle loro esigenze sociali, della loro vita emotiva e soprattutto della loro capacità di provare piacere e dolore – vengono trattate alla stregua di meri strumenti di produzione, costretti a subire mutilazioni di ogni tipo, a vivere in spazi angusti, sporchi e sovraffollati, privati anche della minima libertà di movimento, bombardati con ormoni e antibiotici (sia per prevenire l’esplosione di epidemie sia per velocizzare la loro crescita), nutriti con alimenti inadeguati, chimici e innaturali (fino ai casi delle mucche costrette al cannibalismo), sottoposti ad un’illuminazione ininterrotta che impedisce loro di dormire, costretti a respirare un’aria satura di anidride carbonica, idrogeno solforato, vapori ammoniacali, polveri varie e povera d’ossigeno.

Tutelare la nostra salute. Cerchiamo di evitare cibi e ingredienti palesemente nocivi alla salute dell’essere umano. Siamo, infatti, consapevoli di come le condizioni di vita allucinanti in cui vertono gli animali da allevamento si ripercuotano anche sulla salute umana. Non è un caso, infatti, che i morbi del nostro tempo (mucca pazza, influenza aviaria, influenza suina, epidemia di escherichia coli) abbiano origine animale. Allo stesso modo, non è un mistero che il grande consumo di carne e derivati in uso nella nostra società sia fra le principali cause dell’aumento in occidente di malattie cardiovascolari. Lo stesso dicasi per i tumori: numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che nei vegetariani la probabilità di ammalarsi di cancro sono inferiori del 60% rispetto a quelle della media della popolazione, e che le aspettative di vita di un vegetariano sono superiori di più di sei anni rispetto ad un individuo onnivoro.

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